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RAPPORTO SULLO STATO DEL SISTEMA UNIVERSITARIO E DELLA RICERCA

Ancora indietro l'Italia nel panorama dell'Università e della Ricerca nei dati del Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013.

L'Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur),  che si occupa di valutare la qualità della ricerca, dell'accreditamento e della valutazione dei corsi e delle sedi universitarie, dei dottorati di ricerca e della valutazione delle istituzioni AFAM, ha presentato lo scorso 18 marzo al ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Stefania Giannini, il primo Rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca.

Si tratta di uno studio molto esteso che analizza: il rapporto tra iscritti e laureati, il funzionamento del sistema 3+2, i percorsi post-lauream, le risorse economiche e la governance degli atenei, le caratteristiche degli enti di ricerca e il loro finanziamento, la qualità e l'impatto della produzione scientifica, il valore delle ricadute socio-economiche della ricerca.

Entrando nel merito, i confronti internazionali mostrano che l'Italia è ancora uno dei Paesi con la più bassa quota di laureati e lo scarto rispetto ai valori medi europei non si è ridotto nel tempo. Nonostante i progressi degli ultimi anni, il sistema, continua a presentare problemi cronici, che la riforma 3+2 ha attenuato ma non risolto. Il ritardo italiano dipende in gran parte da un basso tasso d'iscrizioni tra i giovani sopra i 25 anni e dalla difficoltà a laurearsi. Quasi il 40% tra quanti s'iscrivono a un corso di laurea triennale non conclude gli studi. I dati sulla dispersione, sulla regolarità degli studi e sul tempo medio per laurearsi mostrano inoltre una scarsa efficienza del sistema: il tempo medio per il conseguimento del titolo nei corsi triennali di primo livello, dove si concentra la grande maggioranza dei laureati, è pari a 5,1anni, circa il 70% in più rispetto alla durata legale del corso; il 42% degli studenti iscritti a un corso triennale e il 32% di quelli iscritti ai corsi magistrali di secondo livello sono fuori corso. Infine, esiste una frattura evidente tra gli atenei del Nord e quelli del Centro-Sud, per il numero degli studenti fuori-corso, per la durata media degli studi e per gli abbandoni precoci. Comunque, nonostante luoghi comuni diffusi, sul mercato del lavoro la laurea continua in media a offrire migliori opportunità occupazionali e reddituali rispetto al solo diploma di maturità.

Nell'ambito della ricerca si riscontrano poche risorse sia pubbliche che private e pochi ricercatori in un sistema basato sul binomio università-enti di ricerca, modello simile a Francia, Germania e Spagna che coinvolge una pluralità di ministeri, a cui si aggiungono gli enti territoriali, chiamati a gestire i fondi strutturali. In termini numerici, la spesa italiana in ricerca e sviluppo è tra le più basse delle grandi economie industriali, ma il ritardo è dovuto principalmente alla spesa del settore privato, pari a circa la metà di quella media europea. Anche le risorse pubbliche, però, sono inferiori alla media, circa lo 0,52% del PIL, 0,18% in meno rispetto alla media OCSE,  che corrispondono a circa 3 miliardi di euro, ovvero il 30%delle risorse pubbliche oggi investite. Alle minori risorse investite corrisponde un minor numero di ricercatori e un minor potenziale d'innovazione. Tuttavia, i risultati della ricerca italiana sono positivi. Complessivamente università ed enti di ricerca mostrano una qualità delle pubblicazioni scientifiche paragonabile a quella dei principali Paesi europei.


Infine, la quota dei fondi che otteniamo a livello europeo nei programmi quadro dedicati alla ricerca è inferiore alla somma dei contributi italiani al budget dell'Unione (per ogni euro investito riceviamo circa 70 centesimi). Questa limitata capacità di attrarre risorse mostra come il Paese soffra del complessivo sottodimensionamento del sistema della ricerca. D'altra parte se si rapportano al numero dei ricercatori, le risorse appaiono elevate nel confronto con i grandi Paesi dell'Europa continentale e mediterranea. Ultimo dato il dualismo Nord-Sud esistente nella didattica si ripropone nella ricerca, con gli atenei del Nord mediamente in grado di produrre ricerca di più elevata qualità di quelli del Centro e del Mezzogiorno.

Poche risorse investite e pochi ricercatori si traducono quindi in minore possibilità di intercettare le ingenti risorse che l'Europa sta investendo in ricerca.

Scarica la sintesi del  Rapporto (file 5 Mb)

Scarica la versione integrale del rapporto (file 15 Mb)

Valenzano, 24 marzo 2014